Le Mans, l’Endurance, e la mia voglia di correre

Bettina Pfister, svizzera italiana, un passato in Coppa Italia e nella R1 Cup, dove ha distrutto la sua moto. Cercava sponsor per la stagione 2018, ed è entrata in un team tutto femminile che correrà la 24 Ore di Le Mans. Ci racconta questa sua avventura, con un taglio molto personale, parlando di sé, del suo passato e delle prove pregara
Di Bettina Pfister (con un po’ di collaborazione di Mastic)

 

I Netbikers probabilmente si ricorderanno di lei, per una rapida intervista in video fatta in occasione dell’Eicma. Oggi torniamo a parlarne, perché Bettina è entrata nel Girls Racing Team. Si tratta di una squadra francese tutta femminile, attiva nel Mondiale Endurance. E tra i migliori risultati vanta la vittoria al debutto nella classe 600 della 24 Ore di Barcellona, nel 2013!
L’occasione di avere Bettina nel team era troppo ghiotta per non parlarne. E allora ecco un primo articolo su questa sua avventura. Un pezzo un po’ atipico, perché lo abbiamo scritto a quattro mani, in più volte. Anche un pezzo molto lungo. Per chi ha voglia di leggere, e di sentir raccontare storie. Buona lettura dunque!

 

 

Mi chiamo Bettina Pfister, sono la novellina e anche la più giovane nel Girls Racing Team, e sono svizzera italiana. La mia passione è nata per colpa di mio papà, che ha creato una piccola officina a casa dove passava il suo tempo libero. La mia infanzia spesso ha puzzato di olio, benzina, macchine e moto.

Nonostante questo la mia prima moto l’ho dovuta comperare di nascosto, e anche la seconda. All’inizio ho girato in strada, ma poi ho seguito alcuni amici al Mugello e… appena potevo e avevo abbastanza soldi, o trovavo qualcuno che mi ci portava, ho iniziato ad andare in pista.

La prima gara è stata durante un campus femminile, in pista ad Almeria. Non era una vera e propria gara, ma l’emozione di partire in griglia credo sia stato quello che mi ha obbligata in seguito a voler gareggiare seriamente. Dopo aver corso prima in Coppa Italia e poi nel CIV R1 Cup, oggi mi ritrovo momentaneamente senza moto. Quindi la richiesta inaspettata del Girls Racing Team di partecipare alla 24 Ore di Le Mans è capitata a fagiolo. Dopo penserò a trovare una nuova moto, e probabilmente tornerò in Italia per un paio di Wild Card.

L’autopresentazione ci sta, ma nelle chiacchiere fatte con Bettina c’è scappata anche la domanda su quale sia stata l’emozione più grande. La risposta descrive la nostra amica pilota.
L’emozione più grande correndo in moto, oltre a un podio con pioggia al Mugello, è stato il giorno in cui ho insegnato a guidare a un ragazzo con handicap, in un piazzale. Vederlo così motivato e felice nonostante le difficoltà, mi ha regalato una sensazione bellissima.

 

Bettina, ci parli dei tuoi test a Le Mans nei giorni 3-4 aprile?

Il viaggio
Andare a Le Mans è un po’ un casino. Andarci in macchina è un’opzione poco vantaggiosa e molto lunga. Così, dopo l’esperienza dell’anno scorso con la gara dell’europeo femminile FIM Women Cup, decido di volare. Il piccolo aeroporto della città situato proprio di fianco al Circuito Bugatti è solo per i voli privati, ovviamente non mi posso certo permettere questo lusso, per cui mi tocca per forza il volo con EasyJet da Malpensa a Parigi Charles De Gaule, rannicchiata come una sardina.
Mi immaginavo che il valigione Dainese ingombrante e fuori misura sarebbe stato un problema con una compagnia Low Cost, e che il casco al suo interno avrebbe preso troppe botte. Invece fila tutto liscio come l’olio ed è tra i primi a girare sul nastro del ritiro bagagli.
Per proseguire il viaggio da Parigi si può scegliere di prendere il treno fino alla Gare di Le Mans e poi il taxi. Oppure l’alternativa è di noleggiare una macchina, scelta che si è rivelata azzeccata, visti gli scioperi di quei giorni dei mezzi di trasporto parigini.
Per mia fortuna la ragazza di Europcar, vedendo la mia felpa Yamaha, impazzisce all’idea di una ragazza pilota, e mi offre il navigatore come accessorio gratuito. Ciononostante riesco comunque a girare intorno al parcheggio dell’aeroporto per tre volte, prima di trovare l’entrata dell’autostrada.
Essendo partita alle 10 del mattino da Malpensa, sono la prima del gruppo ad arrivare in albergo. La stanza è piccolissima e non ci sono armadi. Praticamente o entro io o la valigia. Per cui, dovendola dividere con la mia compagna di team Amandine, tolgo i vestiti che mi servono, li metto per terra a fianco al letto, e ripongo il borsone in macchina.
L’albergo si trova a 5 minuti di macchina dal circuito ma ha due stelle. In Francia mi è capitato spesso di pensare che rispetto allo standard italiano bisogna sempre considerare una stella in meno; invece chiudendo qualche occhio sulla dimensione e organizzazione, mi meraviglio che la mia sgabuzzino-stanza è pulitissima e ben riscaldata; due cose che per me che sono svizzera alla fine sono l’unica cosa su cui non transigo.
Mi rilasso un paio d’ore guardando su Youtube qualche on board delle 24 Ore passate, quindi mi dirigo in circuito, dove faccio qualche selfie in attesa del team.
Scarichiamo le due moto nel nostro box, che sarà lo stesso durante la settimana della gara. Purtroppo questi due giorni di test ufficiali sono molto cari, quindi gireremo con una sola moto, tenendo l’altra di riserva. Tutto pronto per l’indomani, ma il meteo è incerto, quindi abbiamo una moto settata per asciutto e l’altra per il bagnato. Discutiamo su come organizzarci per le prove, e decidiamo di alternarci ogni 20 minuti, senza sosta. Tiriamo a sorte per decidere chi inizierà per prima: ovviamente, come già a Barcellona, sempre io! Ma a differenza delle altre non mi cambia molto, anche perché odio dovermi svegliare presto e poi attendere.
Arriva la sera. Finalmente una bella bistecca da Buffalo Grill e poi dritte a letto.

 

Si comincia con le prove!
La mia compagna fortunatamente non russava, ma io ero nervosa e agitata. Avrò dormito si e no due ore, pensando che oggi sarei stata in pista con campioni mondiali; io che vengo da due anni di Coppa Italia, una gara nell’Europeo femminile e una nel CIV, dove ho demolito la mia moto.
Quando suona la sveglia, alle 6.45, sono già sveglia da due ore, ho la nausea e sento lo stomaco stritolarsi in gola. Una doccia calda non mi aiuta a rilassarmi, e la colazione… beh meglio non parlarne troppo, perchè si sa i francesi non sono proprio dei geni in cucina. Penso solo che a furia di girare tra i circuiti italiani mi sono abituata fin troppo bene, e ad occhi chiusi tento di mandare giù una mini ciambella e del latte con strani grumi.

Arriviamo in pista verso le 7.40. La vita qui è già frenetica, e si sentono le prime moto accendersi. L’asfalto è asciutto per il momento, ma tutti continuano a tenere d’occhio il cielo. Non me ne preoccupo troppo e faccio una bella foto della pitlane, con delle nuvole infuriate che fanno sembrare la mia una foto notturna. Vado a cambiarmi nel furgone riscaldato, le mie mani sono gelate, mi siedo un attimo vicino al riscaldamento elettrico, chiudo gli occhi e mi rilasso, facendo mente locale prima sul circuito e poi sull’ultima volta in cui ho guidato sotto la pioggia al Mugello, la mia pista.
Mancano 10 minuti, sono pronta e finalmente tranquilla e felice di poter di nuovo guidare in una pista che adoro, nonostante le temperature e il meteo spesso ostile.
Parto con le slick, ma non faccio in tempo a finire la corsia di entrata in pista che gocce di pioggia giganti iniziano a tintinnare sulla mia visiera: in meno di 5 secondi mi ritrovo fradicia.
Prego di non fare casini con le slick e percorro tutta la pista molto dolcemente. Per fortuna arrivo al box senza inconvenienti, mi metto la mantellina della pioggia, mentre aspetto che scaldino il motore della moto di riserva. In passato mi è capitato spesso di andare per strada con la pioggia, ma le volte che ho girato in circuito sul bagnato sono poche, anche se in una di queste ho fatto un podio in Coppa Italia. Mi dico che da allora è passato molto tempo, ed è meglio se ritrovo il feeling con molta calma. Molto probabilmente in questi due giorni non avremo l’occasione di girare su pista asciutta, per cui tanto vale rassegnarsi all’idea e prenderla positivamente. In fondo siamo in Francia, ed è probabile che ci possa essere acqua anche durante la gara. Non è poi così male quindi poter testare la moto anche in queste condizioni.

Chiaramente appena si è messo a piovere nella mia testa si è azionato il meccanismo di difesa: “siamo qui per testare due giorni e per poterlo fare senza perdere tempo è meglio non cadere”. Per questo motivo ho preso i due giorni come un allenamento, alla ricerca di feeling sull’asfalto bagnato, e mi sono limitata a girare con la testa, senza esagerare. È piovuto molto forte per tutte e due le giornate, ma ogni volta che riuscivo a trovare un feeling maggiore e spingevo di più, la moto rimandava dei segnali negativi che bisognava risolvere. Per esempio alla fine del primo giorno, l’anteriore sembrava subisse un effetto aquaplaning su ogni rettilineo, a qualsiasi velocità e marcia. Un problema che abbiamo risolto unicamente sostituendo la gomma al secondo giorno.
Sono stati due giorni molto intensi, dove la concentrazione da parte mia e stata sempre molto alta. Alla fine sono tornata a casa un po’ amareggiata: il team in generale per ora non sembra essere sufficientemente competitivo, ma le altre se ne preoccupano molto meno di me. Certo, questa 24 ore per me è un’esperienza completamente nuova, ed è evidente che ho molto da imparare e da correggermi. L’obiettivo principale è riuscire ad adattarmi alla moto, nonostante al momento le risposte che mi dà non mi siano familiari. Ma sono sicura che entro il giovedì delle qualifiche avrò fatto progressi in questo senso!

Durante i test a Barcellona mi ero già resa conto che la gara di Endurance si differenzia da qualsiasi gara dei campionati italiani a cui sono abituata io. Qui a Le Mans mi è diventato ancora più chiaro che arrivare preparata a una 24 Ore in sé è una sfida più grande della gara stessa.
Per prima cosa la moto viene settata in funzione delle tre persone differenti che si alternano alla guida. All’inizio ero convinta che durante i vari pit-stop fosse possibile almeno variare di qualche click le sospensioni, in modo da non dover essere tutte legate esattamente dalla medesima regolazione; anche se la base doveva sempre essere la stessa. Invece sembra che mi sbagliassi, e a quanto pare una volta scelto un setting non lo si tocca più per tutta la gara, salvo eccezioni particolari. Questo comporta che la moto non viene cucita su misura per ogni pilota, ma deve essere un compromesso tra le differenti preferenze.
Come outsider del team mi rendo ora conto di non avere la possibilità di girare a sufficienza per abituarmi a una regolazione completamente differente dal mio stile. Le altre la conoscono già, ci hanno corso diverse gare di durata. Io ho fatto solo cinque giorni di test. Ma non mi preoccupo più di tanto! Il mio motto è sempre stato “le gare si vincono alla bandiera a scacchi” e anche se questa volta non mi aspetto tanto, so di avere molto margine di miglioramento.
Un altro aspetto che non pensavo avrei subito così tanto è la pressione di guidare una moto non mia. Ho sempre corso con moto di proprietà, il che significava la consapevolezza che male che potesse andare sarei tornata a casa con qualche pezzo in meno, ma senza debiti con nessuno. Oggi invece mi rendo conto che spesso non spingo al massimo, per evitare disastri con una moto che non mi appartiene. E, soprattutto, con una moto che durante le 24 ore di gara non dovrebbe cadere!
Ancora una differenza: le gare sprint durano 10, al massimo 15 giri. Quindi il deteriorarsi degli pneumatici non è così importante. In una gara di durata invece è importante minimizzare questo fattore, e si va a lavorare sull’assetto moto in maniera differente. Per esempio anche la più forte di noi durante le prove di Le Mans rientrava ai box con le gomme quasi fredde. La moto in questo modo rimane più difficile da gestire, perché invece di incollarsi a terra tende spesso a pattinare, soprattutto in una situazione con forte pioggia, come quella che abbiamo testato in questi giorni.
Nonostante tutte queste difficoltà nel trovare il giusto feeling per essere competitive, cerco di restare positiva e di lavorare molto mentalmente. Durante i test ufficiali nessuna di noi è stata in grado di stampare un tempo che ci permetterà di qualificarci, nonostante tutte abbiamo in due giorni migliorato. Sinceramente mi aspettavo di fare dei test più estenuanti, dove la ricerca di una regolazione che ci permettesse e soprattutto ci aiutasse ad essere veloci fosse l’obiettivo principale. La moto è molto agile e facile nei cambi di direzione a discapito di altri fattori della ciclistica. Questa filosofia per me che vengo da realtà del tutto differenti è difficile da accettare e capire, ma chiaramente dato che non sono io a prendere decisioni mi ci dovrò adattare, come tutte.

Resta poco tempo per poter ancora provare soluzioni differenti, per cui quello che cerco di fare è arrivare alla qualifica con il pensiero fisso che tutte queste difficoltà non esistono, e che posso fidarmi guidando come ho sempre fatto. La testa libera da pensieri o preoccupazioni è spesso la migliore soluzione per poter andare forte.
Fisicamente per la gara ora mi sento pronta, mentalmente non lo sono ancora del tutto, e inizio a sentire la pressione. Quindi ora cercherò più serenità. Il resto cercherò di viverlo giorno per giorno insieme a voi. Di sicuro porterò a casa un nuovo bagaglio di esperienza, che spero mi renderà più competitiva nei campionati italiani.

 

 

Il Girls Racing Team
Si chiama Girls Racing Team, ed è una squadra di sole donne nata nel 2013 per correre nell’Endurance.
Lo ha creato Muriel Simorre, francese di Grenoble. Una vita da stradista sportiva, che nel 2008 conosce Pierre Pesselier, suo compagno e pilota d’Endurance. È lui a spingerla in pista, e oggi è lui il team manager della squadra.
Le altre pilote del Team sono Amandine “Tornado nr 41” Creusot, anche lei francese, e Jolanda Van Westrenen, olandese.
Il debutto del Team è andato oltre ogni più rosea aspettativa, con la vittoria nella 600cc alla 24 Ore di Barcellona. Sono seguite altre gare meno fortunate, fino al Bol d’Or 2017, quando le nostre tre ragazze hanno chiuso al 15° posto.
Ora arriva Le Mans. Muriel si pone come primo obiettivo la qualificazione, che di per sé non è facile in una gara di questo livello, dove corrono squadre ufficiali con piloti campioni del mondo. Poi, ammette che sarebbe bello migliorare il 15° posto in categoria Superstock dello scorso anno. Amandine punta a migliorare il suo best lap, Jolanda vuole migliorarsi e portare a termine la gara senza cadere. Tutte e quattro puntano a divertirsi. Perché la 24 Ore è soprattutto questo: una fantastica occasione per divertirsi in squadra!

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